Qui di seguito viene riportata la bella traduzione di R.Calzecchi Onesti dell'episodio di Tersite. E' il decimo anno di guerra: i Greci nonostante l'assedio in cui hanno stretto Troia, non riescono ad espugnare la citta'. Ci sono dei malumori in campo acheo e in particolare Achille rinfaccia ad Agamennone una condotta non degna di un capo. Nel corso di un' assemblea dei guerrieri uno si mostra piu' violento degli altri nel rimproverare i capi di agire solo nei propri interessi persistendo nell'impresa: Tersite.
Iliade;II,211
...
Gli altri dunque sedevano, furono tenuti a posto.
Solo Tersite vociava ancora smodato,
che molte parole sapeva in cuore, ma a caso,
vane, non ordinate, per sparlare dei re:
quello che a lui sembrava che per gli Argivi sarebbe
buffo. Era l'uomo piu' brutto che venne sotto Ilio.
Era camuso e zoppo di un piede, le spalle
eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio
aguzzo in cima, e rado di pelo fioriva.
Era odiosissimo, soprattutto ad Achille e a Odisseo,
che' d'essi sparlava sempre; ma allora contro il glorioso Agamennone
diceva ingiurie, vociando stridulo; certo con lui gli Achei
l'avevano terribilmente, l'odiavano, pero' dentro il cuore;
ma quello gridando forte accusava Agamennone con parole:
"Atride, di che ti lamenti? che brami ancora?
piene di bronzo hai le tende, e molte donne
sono nelle tue tende, scelte, che' a te noi Achei
le diamo per primo, quando abbiam preso una rocca;
e ancora hai sete d'oro, che ti porti qualcuno
dei Teucri domatori di cavalli, riscatto pel figlio
preso e legato da me o da un altro dei Danai?
o vuoi giovane donna, per far con essa all'amore,
e che tu solo possieda in disparte? ma non e' giusto
che un capo immerga nei mali i figli degli Achei.
Ah, poltroni, brutti vigliacchi, Achee non Achei,
a casa, si', sulle navi torniamo, lasciamo costui
qui, a Troia, a digerirsi i suoi onori, che veda
se tutti noi lo aiutavamo o no.
Egli che adesso anche Achille, un uomo migliore di lui,
ha offeso; ha preso e si tiene il suo dono, gliel'ha strappato!
Davvero ira non v'e' nel cuore d'Achille, e' longanime,
se no, Atride, ora per l'ultima volta offendevi".
...
L'episodio prosegue con il rimbrotto di Ulisse che prima rimprovera Tersite per i suoi insulti verso i capi, poi lo minaccia irridendolo e infine lo colpisce con lo scettro regale.
Guardando gli avvenimenti con mentalita' moderna si potrebbe liquidare la faccenda con l'osservazione che Agamennone non pagava gli straordinari..! Ma considerando la natura della spedizione a Troia, sempre in bilico tra la guerra di popolo e l'impresa piratesca, forse era sottinteso a quell'epoca che gli "straordinari" i guerrieri se li sarebbero pagati da soli. Il povero Tersite, che nell'azione poetica fa eco alle parole dello stesso Achille, per le sue condizioni fisiche non era in grado evidentemente di procurarsi un maggior bottino, di qui la sua volonta' di lasciare l'impresa e tornare a casa.
Considero l'episodio rilevante perche' interrompe l'atmosfera epica e fatale dell'Iliade con un soggetto (lo sfruttamento) sicuramente legato ad una realta' storica, anche se e' difficile attribuirvi una data. Mentre da un lato pero' le parole di Tersite appaiono molto moderne, dubito che in Omero vi sia stata una qualche visione "ideologica": non e' l'unica volta che il poeta si "china" sugli strati piu' bassi della societa' (per esempio nei versi toccanti dell' Iliade XII,433 e segg.), ma lo fa sempre in un contesto episodico e per dare risalto ad altre azioni molto piu' determinanti ai fini del racconto. Comunque mi sembra che il problema sociale ad un certo punto sia entrato nella tradizione omerica, meglio, si sia imposto: solo che non era quello il tema fondamentale! Perche' la sostanza del dramma resta pur sempre ad un livello di nobili ed eroi, sin da spingere dei commentatori (Latacz; Der erste Dichter des Abendlands, pag.86) ad attribuire all' ultimo Omero l'appartenenza all' establishment e ai poemi stessi una funzione addirittura "educativa", mostrando a quali sciagure portasse l'avidita' e l'egoismo dei potenti. Non voglio dare ad Omero un etichetta di pacifista ante litteram: certo e' che il suo insistere in macabri particolari nelle scene di battaglia e specialmente la contrapposizione delle due citta', quella in pace e quella in guerra, nella descrizione dello scudo di Achille, potrebbero far pensare ad un particolare momento storico in cui le lotte intestine all' interno del mondo greco erano arrivate ad un livello oltre misura che spingeva anche i poeti a incitare con le loro opere i nobili ad un comportamento piu' mite. Vedo "questo" Omero della Grecia arcaica come un Curzio Malaparte dell' antichita', purtroppo non compreso! Non trovo il paragone tra i due autori cosi' irriverente: a modo suo anche Omero e' un reporter di una guerra, forse immaginaria ma certamente con dei modelli reali, in cui in modo incalzante, nei 51 giorni di azione, si concentrano odi, passioni e atrocita' di 9 anni di assedio.
Per ora gli studiosi dubitano, per quanto mi consta, che le difficolta' degli stati micenei al momento della loro caduta intorno al XII sec. a.C., fossero da attribuirsi a disordini sociali, preferendo l'ipotesi dei terremoti e del "mordi e fuggi" dei pirati.
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